Concorso letterario 2026 "STORIE DA URLO"
CONCORSO LETTERARIO 2026
STORIE DA URLO
Scuola secondaria di primo grado
Maria Ida Viglino
TESTI VINCITORI DEL CONCORSO LETTERARIO “STORIE DA URLO”
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edizione 2026
CLASSI PRIME
1° PREMIO: SOLIDEA ROGGERO
Il coraggio è una sensazione che ti fa sentire invincibile, un supereroe.
Questa è la storia di come sono riuscita ad essere coraggiosa.
MI chiamo Sara e sono nata in un piccolo borgo siciliano.
Mia madre è casalinga, mentre mio padre è un mafioso.
Spesso gli amici del mio Babbo si riuniscono, insieme a lui, nel grande salotto di casa mia.
Parlano a bassa voce, ma io li sento comunque.
Da qualche mese discutono su chi sarà il prossimo bersaglio.
Ieri hanno scelto. Sarà Tonino.
Tonino è il maestro delle scuole medie, quindi, anche il mio. Da qualche tempo, si occupa di fare giustizia, consegnando i mafiosi alla polizia, o avvisandoli su chi sarà la prossima vittima.
Non lascerò che mio padre e i suoi complici uccidano il mio maestro.
Ho deciso. Consegnerò tutti i mafiosi che conosco.
Il giorno dopo quando mi alzo non sono più tanto convinta della mia decisione.
Faccio colazione in silenzio e fissando il vuoto.
Nella stessa maniera mi avvio per andare al mio istituto scolastico.
Come di consueto passo davanti a casa di tutti i complici del mio capofamiglia, Ma non li degno di un solo sguardo.
Arrivata davanti al portone di scuola riconosco Tonino che arriva sorridente sulla sua bici azzurra. Vedendolo devo trattenere le lacrime. Devo fare qualcosa, qualsiasi cosa, l'importante è salvarlo.
In classe, non seguo le lezioni, ma elaboro un piano.
Forse dovrei dirlo ha Tonino così potrebbe fuggire in un posto migliore.
NO. Lui non lo farebbe. Potrei dirlo ai miei compagni, di certo loro mi appoggerebbero.
SI, è un'ottima idea, lo proporrò oggi pomeriggio al vecchio parchetto del paese.
Tornata a casa mangio in fretta e furia, devo arrivare il prima possibile al parco.
Verso le due siamo tutti seduti sotto il grande salice piangente, che ombreggia quasi metà dell'area verde. Mi decido ha parlare.
" Amici, chiunque sa che il paese è pieno di mafiosi." Tutti mi guardano con un'aria strana, e un po' li capisco, non abbiamo mai affrontato tutti insieme questo argomento." vogliono tutti uccidere Tonino, stanotte." Nessuno dice niente. In effetti non ce n'è bisogno. Devono ancora assimilare l'informazione appresa.
Nina, una ragazza bionda e magra, rompe il silenzio: " Dobbiamo agire, insieme saremmo invincibili." Un grido di gioia che proveniva da ognuno, fece rimpiangere la quiete di qualche minuto prima.
Siamo una squadra penso, nulla e alcuno avrebbero mai potuto spezzare il nostro coraggio.
Così la sera stessa, ci avviammo, come un tuttuno, verso la sede del commissariato.
Io parlo per prima: " Mio padre è un mafioso, stasera in compagnia dei suoi soci si ritroverà davanti alla casa di Tonino Roccaforte, per togliergli la vita." Inseguito parlarono Nina, Carlo, Nunzia...
La polizia è in credula su tutte le informazione che noi piccoli ragazzini conosciamo.
Nel frattempo una squadra è stata mandata a casa di Tonino, speriamo che siano arrivati in tempo.
Nessuno parla, abbiamo bisogno di un po' di tempo per capire quello che abbiamo fatto, abbiamo denunciato la Mafia e salvato Tonino che in quel preciso istante varca la soglia.
Ogni componente del gruppo lo abbraccia,. Ci siamo riusciti.
Ora non ci importa cosa succederà ai mafiosi, ma solo che Tonino non è più in pericolo di vita.
Siamo stati coraggiosi, i più coraggiosi del mondo, dei veri e propri supereroi invincibili.
2° PREMIO: ISIDE BALDOIN
Mi ero svegliata la mattina verso le sette e mezza.
affianco a me c'era mia nonna che mi preparava la colazione, come un giorno qualsiasi.
stavo andando a scuola a piedi abitando non molto lontano, ma non sapevo cosa mi sarebbe successo. Ero molto piccola, andavo in seconda di asilo, ma questa scena la ricordo come se fosse stato ieri. Come al solito appena arrivati ci facevano posare lo zaino di scuola per poi andare a giocare finché non sarebbero arrivati tutti. Poi quel giorno era il compleanno di una mia amica e siamo usciti fuori in cortile a festeggiare era tutto così divertente. Avevano appena tutto ristrutturato: la forma del cortile era un cerchio, non proprio perfetto ma quasi. Invece avevano messo due altalene, una per i piccoli tutta rinforzata e un altra per i più grandi. Ho notato che c'era anche una casetta vicino all'entrata verde e gialla alle fondamenta con uno scivolo rosso fuoco che prima non c'era ed aveva attirato la mia attenzione. Avevano fatto anche un posto per le maestre all'ombra con delle panchine molto colorate ed allegre. Quel giorno nel cielo non si vedeva l'ombra di una nuvola, tutto sereno.
La festeggiata aveva portato la torta alle carote con il cioccolato sciolto sopra, proprio la mia preferita con del succo all'ace squisito.
Stavamo giocando tutti felici e vedo Leonardo un mio compagno di classe andare in bagno.
Dopo dieci minuti sentiamo la campanella antincendio: In quel esatto momento si scatenò il panico tra gli studenti: chi correva in direzioni a caso, chi era così terrorizzato dalla paura chi non riusciva a muoversi, chi piangeva a dirotto insomma proprio una scena da film.
Appena passati quegli attimi di panico le maestre hanno subito chiamato i pompieri, che fortunatamente sono arrivati subito. Da piccola non avevo mai visto arrivare una macchina così veloce quindi la mia testa mi faceva immagini del tipo macchine volanti, macchine con le ali, ma in quella situazione non ci avevo pensato. La situazione si era tranquillizzata appena arrivati i pompieri. Appena girata vidi tutte le fiamme circondare la mia scuola color giallo acceso, ero terrorizzata.
Le maestre ci avevano fatto fare un cerchio con le mani per contarci e assicurare che nessuno mancasse:< diciannove e venti.. dov'è il ventunesimo?>. Le maestre contarono ben cinque volte ma niente mancava sempre il ventunesimo.
Io alzai la mano dicendo:< Io prima avevo visto Leonardo andare in bagno, forse è lui che manca>. Una mia maestra si è chinata chiedendomi se ne ero sicura e io ho risposto con un sì così sicuro di sé che la maestra appena sentito corse dentro la scuola per recuperare Leonardo. Nel suo sguardo non c'era altro che un messaggio :"Recupera Leonardo".
Non avevo mai visto correre la mia maestra ma le poche volte che lo faceva era per una buona causa. Ci è stata dentro per cinque minuti. Sembravano infiniti, ma poi vidi uscire due ombre, erano proprio loro! Ce l'avevano fatta!
I suoi vestiti e quelli di Leonardo erano tutti rovinati, ma integri.
Leonardo non lo riconoscevo, tutto pieno di lacrime che mi faceva pena.
Dopo questo avvenimento la scuola è stata chiusa per un mese, per i restauri, ma anche appena rientrati non eravamo più gli stessi di prima.
3° PREMIO: STEPHANIE CENTOZ
C'era una volta in un paese lontano un cavaliere di nome Filiberto.
Egli era molto alto, aveva i capelli biondi e gli occhi azzurri.
Un giorno venne incaricato dal re per andare a cercare una ragazza di nome Camilla che non si trovava da giorni.
Filiberto portò con sé una corda, una fionda, un martello e dei chiodi.
Dopo svariati giorni il cavaliere si ritrovò davanti ad una caverna sorvegliata da un drago.
L'eroe decise di utilizzare la fionda per catturare il drago e per poi continuare il suo percorso.
Filiberto prese la mira e lanciò l'oggetto contro il drago che morì.
Il cavaliere continuò il suo percorso e dopo qualche ora gli comparve davanti una ninfa che gli disse "Filiberto per riuscire a compiere la tua missione dovrai dimostrare molto coraggio".
L'eroe rispose :"Perché mia bella ninfa dovrò avere quel sentimento?".
La fanciulla gli disse che per salvare la ragazza avrebbe dovuto per prima cosa trovare un burrone, poi riuscire a calarsi all'interno e infine trovare la ragazza.
Il ragazzo le disse: "Io proverò in tutti i modi a salvare quella povera fanciulla ed a dimostrare il mio coraggio. La ninfa prima di scomparire augurò una buona fortuna al ragazzo.
Filiberto ripartì e si mise alla ricerca del burrone. Dopo molte ore il cavaliere riuscì ad arrivare davanti al precipizio .
Però il giovane aveva molta paura a scendere ma dopo un po' ripensò a quello che gli aveva detto la ninfa e riuscì a farsi forza.
Grazie al coraggio e alla corda Filiberto riuscì ad arrivare in fondo al dirupo.
Dopo ore e ore di cammino il ragazzo trovò un alto albero con al di sopra una piccola casetta. In cima alla casupola vi era una ragazza che si sbracciava alla ricerca di aiuto.
Camilla era molto carina e aveva i capelli e gli occhi dello stesso e bellissimo colore molto simile al castano.
Il cavaliere decise di realizzare una scala con il martello e i chiodi che si era portato e con dei rametti che trovò lì vicino.
Quando la costruzione fu pronta Filiberto si arrampicò su di essa e raggiunse l'entrata dalla piccola abitazione.
L'eroe grazie a dei piccoli rametti riuscì ad aprire la porta e ad entrare nell'edificio.
La ragazza disse al nuovo arrivato che una mattina mentre camminava nel bosco era ruzzolata nel dirupo ed aveva camminato per molto e che aveva trovato la casupola.
La fanciulla poi raccontò che presa dalla curiosità si era arrampicata ed aveva raggiunto la casetta. La ragazza disse anche una volta entrata era rimasta chiusa dentro.
L'eroe allora le disse che lui la avrebbe riportata a casa.
I due partirono e dopo un bel po' si ritrovarono davanti alle mura del dirupo.
il cavaliere dimostrando nuovamente coraggio si mise Camilla sulle spalle e si arrampicò fino ad arrivare in cima.
La ragazza dopo aver ringraziato moltissimo Filiberto propose ad egli di fermarsi lì per una notte a riposarsi.
Il nobile cavaliere accettò e si addormentò. La mattina dopo i due si risvegliarono e ripartirono alla volta del paese.
Dopo un lungo cammino essi arrivarono davanti al castello del re.
I ragazzi decisero di entrare e di andare dal sovrano.
Il monarca disse al cavaliere: "Bravissimo Filiberto! Come hai fatto a recuperare Camilla?
Il valoroso guerriero rispose: "Ho solamente usato il mio coraggio che mi ha sforzato a continuare.
Il sovrano meravigliato gli disse che sarebbe diventato il capo di tutti i cavalieri perché nella missione si era dimostrato come il più coraggioso dei suoi difensori.
Il ragazzo tutto contento si offri di riportare a casa Camilla che una volta arrivata chiese la mano a Filiberto che accettò volentieri.
Il matrimonio si svolse dopo pochi giorni e il valoroso cavaliere decise di invitare la persona che lo aveva aiutato a trovare Camilla: la ninfa.
Ella arrivò tutta contenta e disse al mitico cavaliere: Hai dimostrato molto coraggio in questa missione. Bravissimo!"
Il matrimonio fu molto bello e tutti vissero felici e contenti.
CLASSI SECONDE
1°PREMIO: Fregnani Alizée
Bussarono alla porta d'ingresso, una, due, tre volte. Il mio battito cardiaco accelerò e il sangue nelle mie vene gelò. Cercai l'orologio appeso al muro con lo sguardo per assicurarmi che non fosse troppo tardi, ma l'orologio non c'era. Nessuno in una notte piovosa di febbraio aveva mai bussato prima e non avevo intenzione di aprire. Qualcosa dentro di me però, mi spingeva versò l'ospite inaspettato. Dovevo essere coraggioso. Attraversai lentamente il corridoio quando la porta cigolò. "Mamma?" chiesi "Papà? Siete voi?". Silenzio. I miei passi leggeri fecero scricchiolare il parquet e feci ruotare la mia testa prima a destra e poi a sinistra per assicurarmi di essere solo. Arrivai davanti alla porta e accarezzai con la mano destra la maniglia. Il ferro gelido scivolò sotto le mie dita. Sospirai e aprii la porta. Un' ombra nera, come una folata di vento, mi travolse e mi risalì il corpo passando per i pantaloni. Una strana sensazione arrivò al mio orecchio, come se l'ombra fosse diretta lì. Un forte mal di testa mi fece mettere le mani nei capelli. Caddi in ginocchio. Dovevo essere coraggioso. D'improvviso il dolore cessò e una voce profonda mi parlò: "Scappa da questa casa, scappa!". Due grandi lacrime mi bagnarono il viso. "Scappa, altrimenti arriverò da te!".
Mi risvegliai di colpo, un timido spiraglio di luce illuminava la stanza. Scesi dal letto. I miei piedi andarono a contatto con il parquet e mi sembrò di risentire le stesse sensazioni del sogno. Mi infilai subito le solite pantofole blu, mi diressi verso la finestra e aprì le tende. Il sole della domenica mattina mi travolse e fece sparire l'incubo dai miei pensieri. Dovevo essere coraggioso.
Decisi di ignorare la voce profonda e le sue parole, infondo era soltanto un sogno. Eppure dieci anni dopo, al compleanno dei miei ventitré anni, mi pentii presto di non avere ascoltato il consiglio dell'ombra nera. Soprattutto nel momento in cui un assassino si presentò alla mia festa di compleanno. Il regalo? Un set di coltelli che testò lui personalmente, sul mio corpo. Forse, ero stato fin troppo coraggioso.
2° PREMIO: Vallet Aurelie
C'era una volta, un ragazzino di nome Alessio, che viveva col nonno in un paese di montagna. Purtroppo i suoi genitori era morti a causa di una valanga mentre sciavano e lui era rimasto orfano. Alessio era un ragazzo molto curioso e disposto a fare di tutto per le persone che amava. Un giorno, il nonno gli disse che era molto stanco per scendere dalle montagne a fare le compere, allora gli domandò: "Caro nipote, andresti a fare delle compere per il tuo povero vecchio? Tieni questi venti euro e se ne rimarrà qualcosa compra anche qualcosa per te!" Alessio annuì e uscì di casa. Nel tragitto verso la città, il ragazzo sentì dei rumori provenienti dal bosco e andò a vedere. Era una specie di verso, e quando vide cosa stava succedendo si nascose dietro un cespuglio. C'erano una volpe e un lupo che stavano litigando e affianco a loro, all'interno di un tronco concavo c'era una specie di bocciolo viola scintillante e molto luminoso. In quel momento Alessio decise di darsela a gambe ma fece un passo di troppo e si ritrovò a terra davanti ai due animali. Uno di questi disse: " Oh, guarda qua chi c'è" "Un bello spuntino, magari è anche lui alla ricerca del bocciolo magico." quando il ragazzo udì quelle parole emise un urlo talmente forte da spaventare persino i due esseri: " Ma - ma voi parlate?" "Certo che parliamo siamo vivi anche noi!" disse il lupo.
Ma non fece in tempo a finire la frase che la volpe corse a prendere il bocciolo e si allontano a gambe levate. Alessio si sedette e il lupo fece lo stesso e poi cominciarono a parlare : " Ciao io sono Alessio, ma cos'è questo bocciolo magico?" "Ah ragazzo, bella domanda questa. Tutto ebbe inizio moltissimi anni fa quando la figlia della Dea della natura si ammalò di una grave malattia alle radici per cui non poteva più ne mangiare ne bere. Allora la Dea non si diede pace per cercare gli ingredienti adatti a guarire la figlia e con i suoi poteri creò sei boccioli magici sparsi per le montagne, penso ne rimangano ancora due senza contare quello che volpe si è preso. Uno è in cima al monte Ciuffo e l'altro nei pressi del bosco." "E... a cosa servono questi boccioli?" "Ma dai su non è ovvio? Servono a guarire le persone da qualunque cosa." "wow forte! Oddio si è fatto tardi è meglio se torno a casa!" Alessio si mise a correre fino in città e fortunatamente ci arrivò appena prima la chiusura del negozio. Comprò parecchie cose e se ne filò a casa ormai con il buio. Appena arrivò a casa urlò il nome del nonno con nessuna risposta. Appena arrivò in cucina vide il nonno a terra tentato ad alzarsi, gli diede subito una mano e disse: "Nonno tutto bene? Cosa è successo?" "Niente tesoro, solo un po' di vecchiaia, ora aiutami ad alzarmi." Durante la notte, Alessio continuava a rigirarsi nel letto pensando al nonno e al bocciolo magico. Non riusciva a darsi pace e allora prese tutto il necessario e partì alla ricerca di questo bocciolo magico sul monte Ciuffo, perché ne viveva ai piedi. Appena uscì di casa sentì ululare dei lupi ma nulla lo intimoriva. Ad un certo punto senza rendersene conto inciampò in un buco e cadde nella tana di un serpente. "No! Aiuto!" urlò ma giustamente nessuno lo udì. Un serpente si avvicinò a lui e provò a morderlo ma il ragazzo gli tiro un calcio e saltò fuori dal buco. Riprese il suo cammino ma andò in contro a molti pericoli come altri serpenti, insetti velenosi e ragni fino a quando non udì un altro ululato, questa volta più forte. Allora Alessio cominciò a correre ma ormai era troppo tardi, lo avevano già visto. I lupi cominciarono a correre più veloce e per poco non lo raggiunsero. Alessio era molto intelligente e sapeva che i lupi avevano paura delle grotte, allora si tuffò all'interno di una di queste ma un lupo gli acciuffò la caviglia e per poco non gliela strappò via. Il ragazzo strinse della stoffa sulla caviglia per fermare il sangue e riprese a camminare quando finalmente non arrivò in cima alla montagna e trovò il bocciolo. Alessio era super contento, raccolse il bocciolo e lo mise in un contenitore. Con tutta la velocità nel suo corpo corse fino a casa e ormai si era fatta mattina. Appena entrò in casa si prese una bella sgridata dal nonno ma subito dopo gli disse: "Nonno, sono andato a raccoglierti questo bocciolo magico per farti guarire, mettilo nella tisana." Mentre Alessio lo estraeva il nonno disse: "Non ci credo! è quello della leggenda! E tu lo hai presi per me! Grazie, sei proprio un bambino speciale." "Si, e grazie nonno." Il nonno dopo aver bevuto la tisana col bocciolo riprese le forze e tutto grazie ad Alessio.
Questo ci insegna a non avere paura nei momenti di difficoltà, di essere coraggiosi e di lottare per ciò che amiamo.
3° PREMIO: Lombardo Costanza
LA DOMANDA 112
" Qual' è la volta che hai più coraggio?" domanda 112 del questionario.
Ma partiamo dall'inizio. Mi trovo dalla psicologa dopo aver avuto diversi problemi nella mia famiglia lo stato mi ha imposto una seduta a settimana gratis, è la seconda volta che vado e, mi ha fatto fare un questionario per capire come sta la mia salute mentale. Nessuna delle domande mi colpisce particolarmente tranne la domanda 112 alla quale non riesco a rispondere . Secondo me il coraggio è una cosa complicata ci sono persone che hanno paura pure della loro ombra e persone che possono sembrare insensibili davanti a qualsiasi cosa.
Cerco di simulare una risposta nella mia mente niente, provo a pensare a come andare avanti magari inventando una beffa ma c'è qualcosa che mi ferma così inizio a ripensare alla mia vita dall'inizio almeno da quello che mi ricordo ma mi vengono in mente cose da poco come quando ero entrata da sola in una stanza al buia ma alla fine era solo la mia immaginazione eppure fino ai miei 6 anni non sono entrata in cantina dato che non c'era elettricità e quindi nessuna luce, ma, l'ho affrontato da sola come tutto il resto insomma, già, anche se non vorrei ripensarci da piccola fino ad adesso non ho avuto nessuno sui cui contare dato che mia mamma ci aveva abbandonati fin da quando ero piccola e mio padre da quel tempo non fu più sobrio ogni volta che lo vedevo.
Quasi mi viene da piangere ma non voglio che la psicologa si insospettisca troppo è già da un po' che mi osserva e attende che io mi decida a scrivere anche se non penso abbai fretta converrebbe muoversi. Cosi penso a quella volta che recentemente mi stavo decisamente lasciando andare ; non facevo più nulla non perché non volessi andare avanti, ma per me anche alzarsi da letto per lavarsi era molto complicato e ciò ha comportato a non avere più voglia di mangiare eccetera, e li dopo circa 7 mesi di inferno nella quale la maggior parte dei miei pensieri e ricordi sono dimenticati per mancanza di clemenza portati dalla stanchezza ho preso una decisione : andare a parlare con una psicologa così per capire come riprendere la mia vita in mano. In ogni caso questo è stato l'atto più coraggioso che io ho compiuto ,almeno penso, mi vergognavo molto di presentarmi in quelle condizioni , così lo feci per me e così scrissi la mia risposta avevo abbastanza posto ma non volevo scrivere troppo. Comunque è molto importante a parere mio riuscire ad uscire da una situazione poco piacevole per la propria propria mente anche se sembra impossibile infondo a una galleria c'è sempre la luce.
Sono passati due anni sono ancora con la stessa psicologa sento di stare meglio ma non mi sento sicura stare senza quella seduta. Quel questionario ha dimostrato che in realtà soffrivo di un disturbo depressivo ma adesso sto bene mio padre ora è sempre sano e stiamo cercando di recuperare il rapporto anche se per me non c '0è mai stato un vero e proprio rapporto ma adesso non importa aveva bisogno di aiuto anche lui.
CLASSI TERZE
1°PREMIO: Francesca Lazzaro
Non avevo scelta
I raggi del sole cadevano caldi sul terreno della collina sulla quale ero disteso, il sangue che macchiava la mia divisa verde militare sembrava scarlatto sotto quella luce accecante e i papaveri che mi circondavano riflettevano il loro rosso nei miei occhi affaticati.
Le ferite che mi cospargevano il corpo bruciavano come il calore del sole sulla mia testa, ero rimasto da solo, mi avevano lasciato qui, come un cadavere, e nessuno si era preoccupato di aiutarmi, probabilmente perché sarei stato solo un peso per loro in queste condizioni e perché non sarei stato neanche capace di alzarmi in piedi, se non sorretto da qualcuno.
Proprio per ciò rimasi per ore e ore sdraiato sul terreno, che grazie alla sua freschezza mi procurava un sollievo, che non provavo da settimane.
Non vedevo un nemico da ormai un giorno e finalmente tutte le ansie e quei brutti pensieri erano spariti in quel bellissimo cielo blu sopra il mio corpo.
Parevo un cadavere, ma il mio respiro affannato e gli scatti involontari dei muscoli delle gambe mi ricordavano di essere ancora in vita, un' immensa fortuna per una matricola di soli 19 anni come me, senza alcuna esperienza in battaglia. Non avevo neppure avuto il tempo di imparare a sparare, neanche un solo colpo, con mitraglietta nera pece che mi era stata data per proteggere la patria e che adesso mi affiancava sulla collina.
"La guerra è incominciata troppo presto"; tutti me lo ripetevano da quando avevo messo piede nell'esercito e tutti continuavano a guardarmi con occhi spenti e strabordanti di tristezza, sapevano che sarei diventato come loro prima o poi; un uomo senza sentimenti, senza umanità, ma fin dall'inizio mi sentivo diverso da loro, che sparavano colpi senza neanche pensare che difronte a loro non c'erano solo nemici, ma anche ragazzi inesperti che avevano il solo pensiero di non morire giovani e di tornare vivi a casa, nella braccia dei propri cari, una volta finita la guerra... Proprio per questo tremavo al solo pensiero di dover premere il grilletto verso un ragazzo come me.
Mentre nella mia testa fluttuavano una marea di pensieri, sentii una voce che non proveniva dalla mia mente, ma dalla realtà, dai piedi della collina. Che attimo dopo attimo era sempre più forte. Non capivo quello che diceva.
In quell'esatto frangente di tempo capii che era un tedesco; un nemico. Ma io di certo non ero pronto per uno scontro e ovviamente non sarei stato capace di uccidere un uomo, avevo troppa umanità, troppa paura...
Non mi resi neanche conto che dopo qualche secondo la figura armata era di fronte a me, immediatamente mi dimenticai del dolore e mi sollevai istantaneamente, non sarei morto proprio così, no, non potevo permettermelo.
Quando mi alzai mi resi conto che anche lui era parecchio giovane e ferito alla stomaco e per un attimo vidi il mio riflesso nei suoi occhi mielati illuminati dal sole, erano senza vita; morti.
Feci come lui e imbracciai la mitraglietta, non per usarla, ma solo per intimorirlo, ma lui non lo sembrò affatto, anzi si avvicinò e iniziò a puntarmi la canna del fucile alla testa.
Io indietreggiai, non aveva mica intenzioni di spararmi, vero?!
Non aveva senso farlo, eravamo soli e entrambi in pessime condizioni, perché avrebbe dovuto uccidermi lui se poi tanto ci avrebbero pensato le mie ferite.
Continuava a ripetere delle parole in tedesco, mentre avvicinava l'arma alla mia testa, riuscii a capirne solo una; "scusa".
Mi dispiaceva, ma ormai avevo già deciso; non sarei morto così, sarei sopravvissuto da egoista.
Puntai il fucile verso il nemico con una velocità imprevedibile, ma mi fermai per qualche secondo; stavo tremando, non lo avevo mai fatto prima di quel pomeriggio. Sarei diventato come "loro" e io non volevo, ma ero certo di voler sopravvivere.
Avevo paura, tanta paura...
Mi cadde una goccia di sudore giù per la fronte, non per il caldo, il mio respiro divenne irregolare e tutto intorno a me scomparì; eravamo solo io e lui.
Strinsi i denti e chiusi gli occhi, poi premetti con egoismo il grilletto.
Avevo sparato, non perché lo volessi, ma perché dovevo farlo se volevo vivere.
Ero diventato ciò che temevo di più e quel colpo mi tolse tutta l'umanità che mi restava…
2° PREMIO: ROSE URONI
Avevamo avuto il coraggio
Ho aperto gli occhi. Vedevo tutto sfocato. Cercai di rialzarmi, ma il dolore alle costole era troppo acuto. Ero caduto. Ma da dove? Come? Dal dirupo. Guardai verso l'alto. In effetti c'era qualche metro di roccia prima di vedere l'erba e gli alberi. Mirko era sdraiato accanto a me, ma non sembrava avesse voglia di muoversi. Mi avvicinai a lui. Uno scossone. Due scossoni. - Mirko? Mirko svegliati! - Niente. Sentivo già un nodo bruciare nella gola, stavo per mettermi a urlare disperatamente quando mi resi conto che non sarebbe servito a nulla. Io e lui eravamo partiti la mattina presto per andare in montagna, là dove i nostri genitori non ci avrebbero trovati. Avevo preparato tutto per passare una bella giornata insieme, e mamma e papà pensavano che io fossi a scuola. Per aggiunta eravamo usciti del sentiero, visto che ci sentivamo osservati dagli escursionisti. L'errore lo avevamo commesso noi, lanciandoci all'avventura per trovare il posto perfetto in cui riposarci. Avremmo mangiato i paninetti alla mortadella e alla maionese e ci saremmo riposati. Invece poco dopo essere usciti dal percorso avevamo già rischiato la vita.
Ma come avevo potuto? Ero io il più grande dei due e non ero riuscito nemmeno a proteggerlo da una caduta? Lui si era sempre fidato di me, e io ricambiavo la sua stima così?
-Lucas...- Mirko? Si era ripreso? Stava meglio? -Aiutami...-
Fu proprio in quel momento che la fiammella di coraggio e speranza nel mio cuore si riaccese. Avrei chiamato i miei genitori. Avrei sputato il rospo. Dalla prima all'ultima cosa che io e Mirko non avremmo dovuto fare insieme. Loro non sarebbero stati d'accordo, e ci avrebbero inpedito di vederci, ma almeno ci eravamo goduti i nostri giorni insieme. Fatti di attività proibite e da innumerevoli scappate di casa.
Ci misi un po' a digitare il numero di mia madre sul telefono, anche perchè continuavo ad essere strattonato in tutti i sensi da un ragazzo con la testa mezza aperta. Il sangue gli colava sui bei capelli biondi fino ad arrivargli in faccia.
Mia madre rispose subito con una voce che era un misto tra paura e gratitudine, dicendo che sarebbe arrivata sul posto in poco tempo grazie al localizzatore del mio telefono
Mirko era disperato. Lo presi tra le mie braccia premendogli un fazzoletto sul capo. -Non voglio! Se mio padre lo scopre siamo morti!- Lo sapevo bene. Suo padre, e non solo il suo, era sempre stato una persona molto severa, con una mentalità vecchia di almeno cento anni. Ci avrebbe separati a vita e magari mi avrebbe pure denunciato.
Presi Mirko in spalla come un grosso sacco di patate. Avevo visto delle pietre che potevo usare come apoggio per uscire dal dirupo.
-Ti fidi? Ne hai il coraggio?- gli chiesi. Ma non ebbi una risposta concreta visto che era un fiume di lacrime e disperazione. Non era poi tanto leggero infatti rischiammo di cadere all'indietro più e più volte prima di arrivare in cima. Una mano dopo l'altra. Un piede dopo l'altro. La cosa che mi mandava avanti oltre alla voglia di salvarlo era la voglia di dire la verità. Non ci saremmo più nascosti. Avremmo avuto il coraggio.
Arrivati in cima lo strasportai ancora per qualche metro fino ad adagiarlo sotto un albero.
Sentivo già le voci preoccupate ed agitate dei nostri famigliari nella vicinanze. Mi sedetti vicino a lui. Stavo già per scusarmi in tutte le maniere, di prendermi tutta la colpa e di proteggerlo, quando -Grazie Lucas... Sei sempre il migliore..- e senza che ce ne accorgessimo eravamo già labbra contro labbra, con i nostri genitori che ci guardavano scioccati. Avevamo avuto il coraggio.
3° PREMIO: Giselle Fontana
Anche negli eroi il coraggio è dato dalle persone che si amano
Questa parola non la troviamo solo nelle storie dei nostri eroi preferiti, non solo. La incontriamo tutti i giorni, rendendocene conto o meno.
Vorrei dunque raccontarvi la storia di una bambina qualunque. Una bambina che ha avuto il coraggio di compiere un passo che, prima o poi, tutti quanti nella vita dobbiamo fare.
Afrodite era una bambina di quasi undici anni. Viveva in Grecia con i suoi genitori ed i suoi due fratelli maggiori. Non aveva molti amici, passava la maggior parte del tempo con Res, il suo nonno materno.
Afrodite finì l'ultimo anno di scuola elementare e non appena finite le lezioni, la sua testa si abbandonò al pensiero delle giornate soleggiate che avrebbe potuto passare all'aria aperta in compagnia del suo unico vero amico: il nonno, a raccontarsi storie sotto il loro albero preferito. Lui le diceva sempre: "Piccola mia, gli alberi sentono tutto quello che ti racconto. Le mie storie rimangono impresse nelle loro radici. Un giorno, quando io non potrò più farlo, saranno loro a parlare per me".
Sfortunatamente, in un'afosa giornata di luglio, suo nonno, il suo migliore amico, la lasciò, dicendole che si saranno visti in un futuro lontano, alle porte del paradiso.
Crebbe così in mezzo alla natura in memoria di Res, non pensando ancora a ciò che nel giro di qualche anno le sarebbe accaduto.
Passata l'estate iniziò a frequentare la scuola media. Anche se con qualche difficoltà, era rimasta sempre la stessa ragazza, con le stesse passioni e lo stesso modo di pensare. Trascorreva la maggior parte del suo tempo libero nella foresta in cui andava a passeggiare da piccola con il nonno.
Concluse poi il primo anno scolastico, durante il quale i rapporti con i suoi familiari non sembravano più quelli di una volta: stava crescendo, il tempo passava troppo velocemente, ma i ricordi con suo nonno le rimanevano sempre impressi nel cuore.
Superò i due seguenti anni di scuola, fino a quando arrivarono le vacanze tra il termine delle medie ed un nuovo inizio al liceo.
Dedicò l'estate a divertirsi come gli anni passati, tra natura e nuove avventure indimenticabili.
Arrivò però il giorno che non avrebbe mai voluto incontrare. Spaventoso, difficile, se non quasi impossibile da affrontare.
Fino a quel momento Afrodite aveva pensato a divertirsi, ascoltando di tanto in tanto le storie, che il vento faceva raccontare agli alberi, da parte di suo nonno. Riusciva, in qualche modo, a sentirsi ancora una bambina.
Tutto questo non sarebbe durato ancora per molto.
Una sera, dopo cena, i suoi genitori la presero da parte per parlarle. Lei non capiva cosa stesse succedendo, sua madre e suo padre sembravano preoccupati e allo stesso tempo arrabbiati. Sarebbe stato meglio che quel giorno sarebbe arrivato il più tardi possibile ma, purtroppo, non fu così.
Erano in salotto. C'era un silenzio spaventoso. Afrodite si accomodò sul divano. I suoi genitori fecero lo stesso sedendosi sulle poltrone di fronte a lei.
Suo padre iniziò a parlare: "Afrodite, i tuoi comportamenti non sono accettabili per una ragazza della tua età...". Silenzio. "Ti stai continuando a comportare come una bambina di dieci anni! Tuo nonno no c'è più è inutile che continui a fare finta che non si mai arrivato il giorno della sua morte! Io e tua madre ci aspettiamo di più da te. Di più!". Mia madre si asciugò le lacrime, tirò su col naso e mi guardò: "Ci preoccupi. Guarda gli altri ragazze e ragazzi della tua età. Passano del tempo con i loro amici e organizzano feste. Non sono come te, sono cresciuti!".
La ragazza non riusciva più a restare in quella stanza. La temperatura stava aumentando troppo in fretta, i suoi occhi si stavano riempendo di lacrime. Scappò di casa. Uscì dal suo piccolo villaggio. Corse. Continuò a correre nonostante fosse circondata soltanto da buio fitto. Corse ancora. Non si sa bene per quanto tempo. Si sa solo che si fermò non appena si ritrovò nel suo bosco preferito: una distesa di sempreverdi. Si rifugiava qui fin da quando era piccola, a passare del tempo col nonno, che ora, non c'era più.
Si sedette sotto il loro albero preferito. Stava piangendo. Era da sol,. non era più col nonno.
"Nonno. Come stai oggi?". Soffiò una folata di vento leggera, che le accarezzò le guance bagnate. "Scusa se è da un po' di tempo che non venivo a trovarti. Mi dispiace.". Un altra soffiata di vento, questa volta più intensa. "Oggi ho litigato con mamma e papà. Vogliono che la bambina che c'è in me se ne vada. Vogliono che si cancelli la parte infantile di me.". Altro vento. "Ma io ho bisogno di sentirmi bambina per tenerti vivo dentro di me. Ne ho bisogno". Afrodite scoppiò in lacrime, di nuovo. Appoggiò la schiena al tronco dell'albero sotto al quale era seduta. Trascorsero minuti di silenzio.
"E' una cosa che non avrei mai voluto dire: mamma e papà sta volta hanno ragione. Scusa. Devo trovare la forza di lasciarti andare, ma non ti preoccupare, un giorno ci rincontreremo, mi racconterai di nuovo le tue storie che mi strappavano sempre un sorriso. Un giorno accadrà.".
Afrodite si armò si coraggio e si alzò in piedi. Le lacrime erano sparite. "Ciao nonno. Un giorno inizieremo una nuova avventura assieme, ne sono certa. Ma ora devo trovare le forze di andare avanti da sola e di completare questa missione senza il tuo aiuto.".
La ragazza si voltò per incamminarsi verso casa, quando una soffiata di vento la avvolse, quasi dandole l'impressione di riabbracciare Res. Guardò l'albero un ultima volta: "Ciao. Ciao nonno. Grazie per essere stato il mio migliore amico. Ora sono diventata grande. Ho trovato, un po' anche grazie a te, la forza ed il coraggio di continuare da sola. Di continuare sentendomi grande e non più una bambina. Sono la tua nipotina coraggiosa. Ho sentito, nelle tue favole, parlare di eroi. Eroi che compievano un lungo viaggio. Un lungo viaggio da affrontare con coraggio fornito loro da una persona speciale nella loro vita, permettendogli sempre di andare avanti. Per me quella persona speciale sarai sempre e per sempre te.".
Si conclude così la storia di Afrodite.
Non è stato un racconto dove si ha parlato di un intrepido viaggio, non proprio.
Sono certo, cari lettori, che per tutti noi è difficile abbandonare il bambino e la bambina che siamo stati. Purtroppo, tutti un giorno dobbiamo trovare il coraggio di cambiare. E' complicato, si sa.
Per questo servono coraggio e forza. Queste due caratteristiche che le forniscono le persone che amiamo di più.
Un grazie a coloro che mi hanno regalato il coraggio e la forza di continuare.